Archivio | gennaio, 2012

Nudezza nudità nudismo

25 Gen

Nella foto: un bagno pubblico di Tokyo

In Giappone fare il bagno è un’abitudine irrinunciabile. Non ha quasi niente a che vedere con il lavarsi: immergersi nell’acqua calda, specie a fine giornata, è un momento per rilassarsi, scaldare il corpo, prepararsi al sonno, meditare o anche stare con la famiglia.
Ne parlavo con altri occidentali qualche giorno fa, e la questione era l’abitudine di un padre che ogni sera si immerge nell’acqua bollente con figlio di 4 anni e figlia di 7. Dopo una giornata di lavoro, è un’occasione per stare insieme, chiacchierare, anche imparare a leggere, visto che ci sono delle lavagnette impermeabili con cui studiare i caratteri. A me è sembrata una cosa molto carina, una quadretto familiare pieno di tenerezza. Ai miei amici, specie quelli anglosassoni, no. Alcuni hanno detto che chiamerebbero la polizia: un padre non può vedere la propria figlia nuda una volta che non è più neonata. Sono rimasto male: questo puritanesimo mi è parso quasi perverso. Evidentemente la mia concezione della nudità è più vicina a quella dei giapponesi che agli altri occidentali. Ma non credo che dipenda dalla mia permanenza qui: non ho mai provato vergogna a vedere o a farmi vedere nudo dai miei genitori o dagli amici.
È anche vero che in questo ogni famiglia ha le sue abitudini che sono private, ma mi sembra di poter dire che noi italiani, nonostante la concezione corporea del cattolicesimo, siamo rimasti abbastanza bilanciati nel rapporto con il corpo e la vergogna.
Però non ho la controprova, e per questo vorrei usare il blog. O voi che leggete, potreste scrivermi nei commenti la vostra posizione a riguardo?

Ringrazio

tutti quelli che hanno commentato. Mi pare di aver capito che in Italia la situazione è mista, frammentata e, cosa che apprezzo molto del nostro paese, piuttosto flessibile. Ho capito che il mio modo di sentire è abbastanza solidale al resto degli italiani, cosa di cui ogni tanto, abitando qui, dubito.

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A Throwback

19 Gen

Non sono molto interessato al design, in generale. Qualcuno potrebbe storcere il naso: come! in un paese come il Giappone non seguire il design è un delitto!!
Invece qui l’attenzione delle forme ha un equilibrio che permette di non notare i cambiamenti. Insomma il più delle volte non si nota il lavoro di chi ha progettato la grafica dei manifesti, dei giornali, o la forma degli oggetti. L’ideale, secondo me.
Ultimamente però ho notato una tendenza alla nostalgia. Oltre alla birra qui sopra, che richiama le etichette usate nei primi stabilimenti aperti aperti in Giappone 120 anni fa, c’è una campagna delle ferrovie per far visitare le regioni del nord-est, quelle colpite da terremoto, maremoto e radiazioni. I colori e lo stile mi fanno pensare agli anni ’60, quelli in cui la crescita economica ha permesso ai giapponesi di fare i primi viaggi nazionali e internazionali, di ospitare le olimpiadi e l’esposizione universale. Anche se non ero ancora nato e comunque non c’entravo niente con questo paese, il potere del design mi fa sentire una nostalgia di una cosa mai provata.
Se volete andare nel Tohoku, qui c’è la pagina della campagna.

Tsukiji è un pesce

18 Gen

Frequento, quando posso, il più grande mercato del pesce che esista al mondo.
Mi sveglio verso le 6 o prima, in un quarto d’ora di treno arrivo tra i banchi mentre il sole comincia ad alzarsi, i tonni venduti all’asta sono già in cammino sui loro carretti di legno, cominciano a scongelarsi e si preparano per essere tagliati da coltelli che somigliano più che altro a spade.
Anche oggi ci sono stato, ho comprato delle sardine, poi mi sono fatto tentare dal fegato del rospo (o pescatrice) che è una delizia sopraffina ma mi pare di non averlo mai visto in Italia.
Girovagare per i banconi e vedere che cosa c’è di fresco è un’attività che mi mette di buon umore, ascoltare la gente e farsi trattare -cosa rara in Giappone-  senza l’affettazione dedicata ai clienti, spesso con modi ruvidi e nella parlata di Tokyo.
Sono amico di un ragazzo che lavora al mercato del pesce e di un altro che è impiegato nell’organizzazione dell’asta quotidiana delle uova di riccio. Sì, c’è un’asta quotidiana di uova di riccio. Oggi ho passato qualche ora con loro, girellando per il mercato a bordo del montacarichi di servizio, chiacchierando e cercando le occasioni del giorno.
Poi uno di loro mi ha regalato delle vongole che gli avanzavano. Freschissime.
Torno a casa mentre tutta la città sta andando al lavoro.

Ridere in giapponese 2: Corso di rabbia

5 Gen

Ed eccoci al secondo appuntamento con il buonumore del sol levante a denti stretti. Un programma che mi ha fatto stare male dalle risate, qualche anno fa, era un contenitore di scenette molto ben fatte, tra le quali preferisco quelle chiamate “okorasekata”. Significa semplicemente “il modo per fare arrabbiare il prossimo” e sono presentate da un finto professore emerito di una finta università che sostiene che siamo tutti bravi a compiacere il prossimo, ma è importante imparare come farlo infuriare, in modo da capire cosa non fare per vivere in armonia nella società. È un discorso che fila, secondo me, perché bisogna conoscere il male per combatterlo, lo sanno tutti. Vabè arrampicate sugli specchi a parte, queste sono alcune lezioni pratiche che presentano le varie tecniche in questione. Provatele anche voi con i familiari, gli amici e i colleghi di lavoro!

Avvicinarsi eccessivamente

Ricevere una caramella per sputarla all’istante

Fracassare, di proposito, un vaso preziosissimo

Assumere un atteggiamento insopportabile durante una lavata di capo da parte del capo

Rispondere con una fastidiosissima voce nasale. Qui la c’è la piegazione del professore

E infine questo. Alcune parti sono un po’ difficili, ma altre sono godibili anche per chi non padroneggia la lingua