Archivio | febbraio, 2013

Enthiran, ovvero il robot

20 Feb

L’anno scorso, in un cinema di Shinjuku, mentre scorrevano i “prossimamente” ne ho visto uno che mi ha colpito perché era il trailer di un film indiano. Già questo è un evento, e poi non si tratta di un film intellettuale per gli occidentali, di quelli che non piacciono agli indiani, no, è un film di cassetta, che ha sbancato nel subcontinente. Altra particolarità, è un film del Tamil Nadu, lo stato del sud con capitale Chennai. Quindi tutti parlano tamil.

Se conoscete l’India è facile capire quanto sia intrigante lì il tema: si tratta di un robot umanoide, quasi un replicante evolutissimo che viene portato a infrangere il muro tra macchina e uomo. Forse non è un soggetto molto originale, ma lo sviluppo e l’orgoglio dell’India meridionale si basa sul rapporto con la tecnologia e il suo uso. Quindi ha fatto impazzire a legioni gli aspiranti ingegneri elettronici. Poi ovviamente c’è la storia d’amore, osteggiata e difficoltosa nella seconda parte del film, con una attrice che, ecco. Sull’attrice Aishwarya Rai vorrei criticare chi l’ha scelta perché capisco voler vincere facile, ma così è troppo.  Dai.

C’è una valanga di effetti speciali, ci sono scene spettacolari, fatte molto bene (secondo me, non sono espertissimo di CG), spesso molto divertenti. C’è un sacco di musica, i numeri musicali, sì, quei momenti dei film indiani in cui la narrazione si ferma e i personaggi cantano e ballano. In uno di questi lui e lei, abitanti della città di Chennai, nell’india del sud, si ritrovano a Macchu Picchu con costumi fantasiosamente andini, felici e innamorati nella danza. C’è tanto, è pieno di regali per il pubblico lungo una durata di 3 ore., Devo ringraziare il mio fratello di Hyderabad, Subbu, che me ne ha parlato benissimo consigliandomelo. Il mio unico rammarico è di non averlo potuto vedere in un cinema indiano.


Dichiarato

13 Feb

La cosa bella della vita è la felicità, che alla fine dipende da reazioni chimiche del cervello, tipo endorfina e altre sostanze che scorrazzano nelle sinapsi. La cosa fondamentale, quindi, è mettere in moto queste reazioni, ed è bello quando ci si riesce, se poi capita inaspettatamente, la vita diventa improvvisamente bellissima.

A me è successo oggi, non solo per la giornata fredda e luminosissima, il cielo terso, pulito anche se due giorni fa pare che dovesse arrivare una nube di smog tossico dalla Cina. Che poi non so se è arrivata ma avevo un sacco di vestiti da lavare, ho deciso che era già passata e ho fatto il bucato. Ma, dicevo, non è questo il punto. Il fatto è che sono andato a fare la dichiarazione dei redditi. Sembra strano, ma mi ha provocato gioia. Era una cosa che rimandavo da tempo, ma avendo deciso di avvalermi dell’assicurazione sanitaria statale giapponese, è necessario essere un soggetto fiscale. Mi aspettavo code, rimbalzi da uno sportello all’altro, disperazione e ere geologiche regalate alla burocrazia. Invece no: negli uffici del comune c’è una stanza con due impiegati pagati per assistere i contribuenti che non ce la fanno a dichiarare on line o via posta: vale a dire gli anziani del quartiere e io. Con molta gentilezza mi hanno fatto riempire i moduli e nonostante la mia situazione salariale complessa tutto è andato a posto senza drammi. “Non hai le ricevute dei pagamenti? Non importa, scrivi qui un pressappoco di quello che hai guadagnato e siamo a posto”. Insomma mi sembra di aver percepito della fiducia nel contribuente, uno spirito di semplificazione trionfante. Il giovane impiegato, poi, era cortese e premuroso, mi ha aiutato con i kanji che non conoscevo, e poi siamo finiti a parlare di musica e del fatto che l’ufficio comunale ha una sala concerti niente male. È vera quella cosa sugli animali e sui carcerati, ma io aggiungerei che il livello di civiltà di un paese si vede da come tratta i contribuenti.

Declaration of the Reddits of Japan