Archivio | settembre, 2012

cjargne

24 Set

Tornare al paese natìo serve anche a rinnovare l’amore per alcune cose che non hai frequentato per tanto tempo, loro sono sempre lì e anche se non ti stavano aspettando le vai a trovare. Nel mio caso si è trattato di tornare sulle montagne della Carnia. Sono partito dalla città in corriera e, arrivato ai piedi del monte, l’ho salito con un amico. La Carnia è una regione poco conosciuta e meravigliosa, dalla cultura antica, paziente e poco appariscente. Io frequentavo le sue valli e montagne quando ero adolescente, poi l’ho tralasciata per altre scoperte, ma adesso sono pronto a ritrovarla. Ed è come me la ricordavo. Saliamo per 1100 metri a piedi, arriviamo ai 2000 di altezza incontrando casere, stavoli, ruscelli, vacche e vitelli che ci guardano curiosi, poi vicino al passo che conduce in Austria c’è la nebbia, ci fermiamo in un rifugio per la notte, vicino a un laghetto alpino. Cala lo scuro, accendiamo il fuoco nel spoler, cuciniamo, beviamo la grappa e fuori si apre la notte più meravigliosa che uno di città possa godere: la luna e gli astri abbagliano le pareti di roccia davanti a noi, il cielo è uno schermo cinematografico che dà le vertigini, le vette, così vicine, sembrano volerci proteggere, minacciose. Torniamo a valle l’indomani, avvistata una marmotta, dopo un frico con la polenta carnica, ricca e tosta, nella casera a mezza costa dove la lingua carnica del casaro si acumina e avvicina i suoi suoni all’austriaco. Ciao montagne, ci si vede ancora, presto.

 

 

 

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Satogaeri, ritorno al paese natìo

13 Set

Sono in Italia per una vacanza di fine estate.

La forma della città, capitale d’oriente

4 Set

 Non sono un architetto e non ho studiato niente a riguardo, ma ho passato tutta la vita abitando in case, edifici, città, posti fatti di architetture, quindi una idea me la sono fatta. Ci sono città che amo perché, in un modo o in un altro, hanno una loro bellezza, e Tokyo è un posto che, a saperla vedere, ha una grazia particolare anche se, di primo acchito, non sembra proprio bella.

La particolarità di Tokyo, però, è che cambia continuamente, e basta assentarsi un attimo che interi quartieri hanno cambiato faccia, edifici o caseggiati sono stati demoliti e sostituiti da altri, di solito più grandi. Ecco, questo è un fatto che mi preoccupa. Quest’anno una parte di Shibuya che era stata rasa al suolo si è trasformata in un edificio mastodontico che si chiama Hikarie.

La scala di questo manufatto è semplicemente ciclopica. Si entra, si sale fino all’undicesimo piano, si guarda fuori e tutta la città appare lontana, lì in basso, ma non si è nemmeno a metà dell’altezza del complesso in cui ci si trova. Io mi ci sono sentito veramente piccolo. Ho pensato che ci dovrebbe essere un limite alle dimensioni degli edifici, per il semplice motivo che se cominciano a non essere più in scala con l’uomo, allora questo si sente spaesato, abbandonato come potrebbe esserlo nel mare aperto o in un bosco di cui non si vede l’uscita. Io tendo a sentirmi a disagio, insomma, e mi viene il sospetto che la bellezza delle città italiane stia proprio nella sua dimensione che non intimidisce le persone, ma le accoglie.

Insomma per questa volta passi, ma non voglio vedere altre Hikarie qui a Tokyo.