Archive | giugno, 2012

La mostra fotografica che c’è ma non c’è

28 Giu

LA STORIA

Da sempre l’invasione militare e la brutalità sessuale sono un’unica cosa. Le truppe inviate a conquistare una terra fanno schiavi gli abitanti e merce sessuale le loro donne. Nel caso dell’invasione della Manciuria l’armata giapponese, molto pragmaticamente, sequestrò un grande numero di donne coreane e le portò con sé per farne schiave sessuali durante la conquista della Cina. Il termine scelto per indicare queste vittime si può tradurre con “donne di conforto” 慰安婦.
Dopo la guerra a queste donne non è mai stato permesso di tornare nei luoghi d’origine e le superstiti vivono ancora in Cina una vita emarginata e miserabile.

IL FOTOGRAFO

Ahn Se-hong, un fotografo della Corea del sud (ironia della sorte, il carattere del suo cognome è uguale a uno dei caratteri usati per “donne di conforto”), ha svolto un lavoro di ricerca fotografica sulle vite di queste vittime, e ha proposto le sue opere alla galleria Nikon di Shinjuku, Tokyo, che ha organizzato una mostra su questo tema programmata per questo mese.

GLI ESTREMISTI DI DESTRA

Ma a quanto pare in Giappone c’è chi si attribuisce il diritto di impedire la diffusione della verità storica per quello che è stata. Gli uyoku, estremisti di destra, hanno minacciato la galleria Nikon che prontamente ha disdetto la mostra, impaurita dal baccano che i nazionalisti avrebbero organizzato. Nel comunicato stampa della Nikon si fa presente che tra gli obiettivi della ditta non compare la diffusione di messaggi politici.

IL GIUDICE E L’EPILOGO

Dopo la querela di Ahn, il giudice giapponese ha decretato illegittima la sospensione della mostra. Oggi sono andato a vederla. Non ho mai visto delle foto in un’atmosfera più tesa: all’ingresso gli addetti controllano le borse, fanno passare sotto un metal detector, si è controllati da decine di uomini dello staff. È una situazione completamente irreale per un paese pacifico come il Giappone, non ho respirato quest’aria nemmeno alla prima del film Yasukuni. Nel sito web della Nikon non compare la mostra e a Shinjuku non ci sono poster, indicazioni chiare, nemmeno le solite cartoline promozionali in distribuzione.

L’impressione è che i responsabili della galleria abbiano fatto il possibile per barcamenarsi tra la sentenza e le ire dei mistificatori di destra, facendo credere a questi ultimi che la mostra non abbia avuto luogo.

La mia impressione finale è stata di scoramento.

Il terrazzo verde

13 Giu

I semi di basilico italiano importati clandestinamente hanno incontrato la terra del mio terrazzino il 16 maggio, un mese fa.

Il 23 maggio erano già così:

Poi adesso ho sfoltito e diradato le piantine (operazione che in friulano si dice “rarì”). Spero di riuscire a preparare anche quest’anno dei pesti epici, come quelli dell’anno scorso. E poi ho comperato una piantina di goya, che ormai è una tradizione per il fresco che le sue foglie rampicanti mi danno e per l’amarezza sensuale dei suoi frutti.
In realtà insieme al trapianto del piccolo virgulto avevo anche messo lì i semi che l’anno scorso avevo estratto, essiccato e conservato senza, a dire il vero, troppe aspettative. Non ero sicuro che queste piante che si vendono non fossero sterili.
E INVECE…..!!!! Ecco i semi schiudersi e il germe verde uscire allo scoperto! Che bella la natura, anche in un terrazzino della metropoli giapponese! Peccato che lo spazio nei vasi sia finito quindi andate, piccole piantine, colonizzate i terrazzi di Yokohama dove abitano le persone a cui vi ho regalato.

Ciao

8 Giu

Ieri è morta la persona migliore con cui io abbia mai lavorato.
48 anni, infarto, sabato abbiamo scherzato insieme, giovedì non esiste più.
Poche persone hanno mai avuto la delicatezza, le dolcezza e la capacità di avere a che fare col prossimo, di qualsiasi posto fosse, come M. san. È strano oscillare tra l’incredulità e lo sconforto. Domenica, mio malgrado, parteciperò alla mia prima veglia funebre in Giappone.
Che il fuoco gli sia lieve.

 

Il cielo sopra Kurokawa

6 Giu

In una mattina primaverile un pescatore di ritorno dal mare trova la splendida veste piumata di uno spirito celeste, un angelo. La prende dal pino su cui è appoggiata, ma subito sopraggiunge la proprietaria che gli chiede di restituirgliela, altrimenti lei non potrà ritornare al palazzo della luna in cui vive. Il pescatore non vuole rendere ciò che ha trovato, ma la ninfa lo prega e gli offre di danzare per lui in cambio. Il pescatore accetterebbe, ma ha paura che una volta resa la veste l’angelo fuggirà in cielo senza onorare la promessa. Lo spirito si arrabbia, come può egli pensare che questi inganni possano avere luogo tra esseri celesti! La storia finisce con la danza divina dell’angelo e il suo volo di ritorno nei cieli.

Questa è una leggenda giapponese inscenata in uno spettacolo Nou chiamato Hagoromo, genere che amo e che ogni anno, in questa stagione, vado a vedere a Kamakura nel tempio zen di Kenchoji.

Quest’anno l’evento è stato speciale perché è durato due giorni e le recite sono state messe in scena da una compagnia di Kurokawa, nel Tohoku. Nella località di Kurokawa il Nou è rimasto isolato e pare che non si sia evoluto come in altri posti più metropolitani. Infatti la pronuncia e il ritmo avevano un’aria diversa dal solito. Il racconto del secondo giorno aveva un tema più guerresco: lo spirito di un condottiero antico torna a visitare i luoghi di battaglia, inquieto e terribile. Il posto avanzatissimo in cui mi sono seduto, l’assenza di palco, l’intimità dell’ambiente (un tempio buddhista odoroso di incenso), l’odore delle sete indossate dagli attori, i loro colori brillanti e meravigliosi: tutto mi ha inebriato.

Il mio amore per il Nou prevede il fatto che ci debba andare sempre da solo perché nessuno condivide con me la passione per questo che, lo ammetto, è un genere di intrattenimento noiosissimo. E bellissimo

OMATSURI

1 Giu

Da quando vivo a Tokyo ho sempre partecipato ai Matsuri. Dalla prima volta che ne ho visto uno, ho pensato che per me solo guardare non sarebbe stato abbastanza, e così da anni prendo parte al Sanja Matsuri, l’evento più speciale di Asakusa.

Che cosa è il Matsuri? Ho deciso che l’espressione per tradurlo è “festa patronale”. La divinità del luogo viene trasportata in giro per il quartiere in un piccolo santuario portatile, un palanchino appoggiato sulle spalle dei partecipanti che lo fanno ondeggiare a ritmo. Una pratica religioso-comunitaria piuttosto archetipica, a pensarci bene.

La settimana scorsa, per invito del mio padrone di casa, sono stato chiamato a fare il mio dovere nel Matsuri del nostro quartiere, Yushima.
Per due giorni lo scorrere del tempo prende un ritmo arcaico, strascinato, lo spazio ha un altro valore, le strade sono invase dalla gente che forma il corteo e si muove con calma, con tutta la forza che ognuno sente quando fa parte di un corteo. L’atmosfera e la vicinanza umana sono festose, tutti attaccano discorso con tutti, specie con gli sconosciuti, si è in un giorno di rottura del quotidiano, di fuga dagli schemi. Il comitato di quartiere usa i soldi che ha raccolto dai contribuenti volontari per organizzare la festa, pagare il cibo e le bevande. Per purificarsi si beve sakè giapponese dalla mattina, davanti al santuario, e poi birrette per tutta la giornata, quando c’è una pausa, appena appoggiato il palanchino da dietro arriva il nostro piccolo furgone carico di birre gelate e tè. Tutto è ridistribuito, un comunismo delle origini simboleggiato anche da un unico capo di vestiario comune a tutti, la casacchetta con le insegne del nostro quartiere.

Portare i palanchini, e farlo davanti al punto finale della parata, di fronte al tempio, piace molto agli yakuza che infatti affollano ogni buon Matsuri che si rispetti. Per loro è un’occasione speciale, il giorno della rivalsa in cui mostrare i tatuaggi non è tabù. Quando la processione dei palanchini (ce ne sono decine, uno per ogni caseggiato) arriva di fronte al sancta sanctorum, dentro il santuario di Yushima bello come non lo è stato mai, addobbato da festoni, pieno di gente e immerso nella musica ipnotica di flauto e percussioni, tutti vogliono farsi belli trasportando il mikoshi. Alcuni Yakuza cadono in una specie di trance: è il momento in cui si verificano spinte, strattoni, incidenti, botte, risse e, in qualche caso, i decessi. Ma basta stare attenti e non invadere lo spazio vitale degli altri.

Il Matsuri per me è una rappresentazione simbolica potentissima della visione del mondo giapponese: il rispetto rigidissimo della gerarchia e dell’organizzazione prevede il contributo volontario dei singoli, ognuno secondo le proprie possibilità. Il senso della condivisione comunitaria si basa sulla generosità nell’aiutare il prossimo senza tirarsi indietro, portando insieme ad altri un peso enorme e doloroso, dandosi il cambio in continuazione fino alla meta. Dal mio punto di vista approfitto (come succede spesso) del mio status galleggiante di straniero: cosa che riempie i miei ospiti di entusiasmo e che li spinge a domandarmi inevitabilmente: “Ti piace il Giappone? Ti piace il Matsuri?”

Domanda inutile perché basterebbe leggermi la risposta in faccia.