Archive | maggio, 2011

lei era bellissima

26 Mag

Non vi consiglio di andare a un matrimonio giapponese.

Ci sono troppe cose noiose, affettate, ingessate, cerimoniose.
Alcuni particolari, poi, secondo il mio modo di vedere sono proprio scortesi.

Ma a dire il vero non ho una grande esperienza di matrimoni italiani, quindi è difficile fare paragoni.

P. S.

chiarimenti, visto che siete curiosi.

Per scortesi intendo proprio maleducati. Il matrimonio si compone di una serie di cerimonie concentriche, nel senso che alla prima -il rito vero e proprio- partecipano solo gli intimi, poi c’è il pranzo (noiosissimo e lunghissimo, tutto previsto dalla scaletta, chi parla, quando e cosa dice), e poi la festa in cui si beve in piedi e a cui è invitata una schiera più ampia di amici e conoscenti.

I lati secondo me sgarbati:
1.Ora: per partecipare si paga. Soldi. Contanti. Se sei invitato anche solo alla festa post-pranzo devi pagare una specie di biglietto di ingresso. Mi sembrerebbe più carino lasciare agli invitati la libertà di fare un regalo, no?
2.Gli invitati nella seconda parte arrivano e percepiscono chiaramente che il grosso della festa ha avuto luogo senza che loro fossero invitati. Non mi sembra carino.
3.Anche se si fa parte di una coppia, è possibile essere invitati in due scaglioni diversi, sembra scortese solo a me?

Post lungo

25 Mag

Aggiornamenti:
I terremoti: domenica sono stato svegliato da un sisma a Chiba, e anche adesso mentre scrivo c’è stata una scossetta.
La Tepco ha ammesso recentemente che nei giorni dopo lo tsunami anche i reattori 2 e 3 potrebbero essere arrivati alla fusione. I controlli sulle verdure e sul latte rivelano che qua e là ci sono contaminazioni radioattive, adesso anche in alcune coltivazioni di te. Sebbene sia una brutta notizia, fa capire che i controlli sugli alimenti ci sono, e io cerco di prenderla dal lato positivo.

Sabato parteciperò a un talk show in televisione il cui tema sarà la vita degli stranieri in Giappone durante il disastro e la copertura mediatica nei rispettivi paesi. Per questo motivo, ho guardato alcuni spezzoni dei telegiornali italiani del periodo in questione, e ho notato molto chiaramente un aspetto che da un po’ di tempo mi colpisce, nel modo di pensare degli italiani; sia dei media che della gente comune.
La domanda principale che si fa è: “Ma i giapponesi credono al governo? si fanno abbindolare da tutte le bugie che gli raccontano?”
La mia risposta secca è: “no, tendenzialmente non ci credono”, ma quello che mi piacerebbe spiegare è che la questione non ha una grande rilevanza.
Mi sembra che per gli italiani, quando c’è un problema o una calamità, la prima preoccupazione sia quella di trovare le pecche di chi dovrebbe avere una responsabilità in merito. Non c’è niente di male nella critica, ovviamente, ma ho il sospetto che questa sia l’unico obiettivo a cui si dedicano tutte le energie. Come se dire: -Io ho smascherato il governo, il mio dovere di cittadino consapevole è finito!- lavasse via ogni altra responsabilità.
Il termometro della reazione dei giapponesi sarebbe dovuto essere, quindi, secondo gli italiani, la quantità di invettive contro il governo, i politici, la TEPCO e il potere in generale.
Invece no, qui non funziona così.
Nessuno, proprio nessuno ha creduto ciecamente ai comunicati, ma vista la situazione quasi tutti hanno pensato a cosa fosse giusto  e possibile fare, nella pratica. Per questo da subito dopo il terremoto tutti hanno cominciato a risparmiare energia per aiutare, nel proprio piccolo, gli altri che ne avessero più bisogno.
Questa secondo me è una differenza fondamentale: mi sembra che gli italiani pensino che il proprio comportamento comunque non influisca nei grandi processi, anche se è nella realtà moltiplicato per milioni di individui. I giapponesi, invece, sanno che le cose sono generate e modificate dalla moltitudine che è fatta, alla fine, di persone come me, e che una mia scelta, se condivisa da milioni e milioni di persone, cambia il mondo più della decisione di un politico o di un dirigente.
Perché le persone che comandano sono, se ci pensiamo, pochissime e non così potenti.

L’odore

23 Mag

Domenica ho visitato una mostra che sta quasi per finire, all’università delle arti di Tokyo. Si chiama KAORI che significa profumo, e parla del rapporto che i giapponesi hanno avuto per secoli con l’odore artificiale, quello prodotto dall’uomo.
Come molto spesso capita nelle mostre giapponesi, si va per guardare le opere d’arte ma anche molto per leggere e imparare la storia, scritta su pannelli onnipresenti; quindi per un visitatore occidentale la quantità di pezzi d’arte potrebbe apparire esigua, ma secondo me era ben bilanciata.
Si parte dall’uso di incenso (prodotto con legni profumati provenienti dal sud est asiatico) per onorare la religione di Buddha, nell’ottavo secolo, per poi vedere dilagare il profumo presso i samurai e infine tra i borghesi. Tra gli oggetti in esposizione mi hanno colpito i poggiatesta di legno, cavi per metterci l’incenso che profuma i capelli, e delle intelaiature per i vestiti che allo stesso modo funzionavano da bracieri profumanti.
Il godere dei diversi profumi a un certo punto era diventata un’arte come quella che si esprimeva nella cerimonia del te o della composizione floreale. Ovviamente i contenitori per gli “ingredienti” di questa disciplina raggiungono vette di eleganza assoluta. Mi ha colpito, però, che per produrre i diversi afrori i giapponesi non usassero essenze floreali, come mi sarebbe sembrato naturale, ma piuttosto diversi tipi di legno, rizomi e altre sostanze.
L’ultima parte della mostra porta una cosa già volatile di suo alla sua sublimazione totale: fa vedere, cioè, delle stampe e dei dipinti che parlano, o a volte semplicemente alludono al profumo. Ci sono ritratti di donne famose per la gradevolezza dell’odore corporeo, donne che si profumano i capelli e donne che ammirano i fiori nella notte.
Ma questa è la stampa che mi ha colpito più di tutte

Appena l’ho vista ho percepito un tale livello di erotismo che mi ha quasi eccitato. Ho scoperto poi che il suo autore, Suzuki Harunobu, è stato un famoso artista dedito, tra le altre cose, alle stampe licenziose dette shunga.

Dieci Yen

20 Mag

十円

Yogurt fatto in casa e l’arte della toppa e del rammendo

19 Mag

Due argomenti che solo apparentemente sono in relazione, ma in realtà non c’entrano niente.

A casa ho una macchina che fa lo yogurt, basta mettere il latte e lo yogurt che si compra, ma poco, e hai un litro di yogurt buonissimo. Stamattina, dopo l’abbuffata di ostriche di ieri, me ne sono mangiato un piatto con dentro le fragole che adesso invadono i banchi della frutta di Tokyo. Sì, ieri sono andato in un ristorante di ostriche di Ginza e mi sono goduto la bontà del mare.
Avete mai provato ad abbinare una cravatta nera? Non so perché, ma io ne ho comprata una che mi sembrava elegante qualche mese fa, in Italia, ma è quasi impossibile non finire dentro uno stereotipo, mettendola. La cravatta nera è già stata accaparrata da troppe categorie. Su una camicia bianca diventi un cameriere o un partecipante a un funerale, su una camicia dai colori vivi scatta l’effetto clown, su camicia nera sei subito uno yakuza o uno di quelli a cui piacciono i gruppi che erano l’avanguardia negli anni’80. Io ho risolto con una camicia azzurra, poi mi sono guardato ed ero un poliziotto in borghese o anche l’autista di un politico. Fortunatamente non esiste questa categoria in Giappone.
E a proposito di questo argomento, devo fare riparare i miei pantaloni, che si sono aperti sul cavallo. Colpa anche della bici, temo. In Giappone i vestiti lisi o rovinati si buttano, per non parlare della biancheria. Io invece sono un militante del riutilizzo, della toppa e del rammendo, anche nel calzino, se necessario. Quindi ho trovato una merceria e riporterò i miei bregoni a una nuova vita, una vita vintàge.

Dopo il test di metà stagione

16 Mag

FUKKOU (復興)

12 Mag

Oggi ho dedicato un po’ di tempo alla visione della tele. Soprattutto le notizie del telegiornale. Quando si parla di Iwate e del Tohoku, ormai, mi sento coinvolto emotivamente e mi accorgo di seguire i fatti con una partecipazione più intensa di prima. Vedere i posti sullo schermo mi riporta subito alla memoria l’esperienza diretta, le persone che ho conosciuto. 
Quello che si vede è un grosso sforzo per riuscire a tornare alla normalità il più presto possibile, e già gli abitanti stanno rimettendo in funzione le infrastrutture fondamentali come strade, macchinari per la lavorazione del pescato, cantieri navali, e poi barche, motori, reti da pesca. Ci sono degli specialisti nel recupero di documenti bagnati che stanno cercando di salvare gli archivi comunali inzuppati. Tutti gli sforzi sono dedicati alla rinascita. Mi sembra che non ci sia spazio né pietà per l’autoindulgenza, per il senso di disperazione, l’autocommiserazione.

Poi in un talk show vedo che il conduttore e gli ospiti si lamentano con il primo ministro perché alcune promesse non si sa se saranno mantenute, come ad esempio lo spostamento dei rifugiati dai centri di primo ricovero (scuole). 
Non ci sono invettive, scontri verbali come si vedrebbero in Italia, ma le critiche, se uno le sa leggere, si vedono volare. Non è vero, secondo me, che i giapponesi accettano tutto in silenzio, è solo che fanno opposizione in modo diverso, smarcandosi così da eventuali accuse di partigianeria.

In questo video di Kamaishi ci sono delle persone che guardano la loro città venire sommersa. Alcuni di loro li ho conosciuti.