Archive | ottobre, 2012

Del viaggio di Ferdinando

30 Ott

Oggi ho finito di leggere un libro che di sicuro rimarrà tra i miei preferiti perché ha troppi elementi che colpiscono le mie passioni. Innanzitutto è un diario di fatti realmente avvenuti, e poi racconta di avventure per mare, di ammutinamenti, di violenza e pace, di popoli sconosciuti, di ignoto, di rapporto con questo, di lingue straniere, di difficoltà sovrumane.

È il racconto del primo viaggio intorno al mondo, dalla Spagna alla Spagna, testimoniato da Antonio Pigafetta, imbarcato sulle navi di Fernão de Magalhães, il primo navigante a provare l’impresa che non potrà completare perché morto ammazzato nel corso della stessa.

Il libro è fantastico anche (e soprattutto, secondo me) per la lingua usata: un italiano del 1500 infarcito di venetismi visto che Pigafetta era vicentino; e poi fa capire la mentalità di quei personaggi europei lanciati all’avventura: uno strano miscuglio di senso pratico, istinto commerciale, invasamento religioso, furfanteria violenta, opportunismo, coraggio e vigliaccheria. Dopo aver costeggiato l’America del sud, le navi trovano un passaggio a sud e da lì si lanciano nell’Oceano Pacifico senza avere idea di cosa troveranno, e finendo a mangiare i vermi del legno e i topi della nave per scarsità di viveri. Finalmente arrivano in Asia e trovano i popoli variegati che ne abitano le isole. Nell’approccio con una nuova terra, la prassi prevede un ingresso trionfale dal mare con colpi di bombarda per impressionare gli indigeni, lo sbarco con regali per il notabilato locale, che spesso vive nudo, e poi il “mercadantare” cioè scambiare beni europei con ori e spezie. Il tutto condito da conversioni in massa al cattolicesimo, che vanno di pari passo con l’annessione all’impero spagnolo. Nel caso di popolazioni restie al commercio scatta il piano B: distruzione arbitraria di case, massacri di massa fino a che i selvaggi giungono a un migliore consiglio. In uno di questi scontri muore il capitano ma la spedizione procede: Pigafetta continua a descrivere le coltivazioni, le abitudini sociali e religiose delle etnie, e per ogni popolazione redige un piccolo dizionario. Quando arrivano nelle isole indonesiane il dizionario include parole di radice sanscrita, poi araba perché i mori erano già impegnati nel commercio, e insomma sembra molto l’indonesiano di oggi. Naturalmente un non otaku delle lingue può saltare queste pagine senza troppi rimpianti, ma per me sono interessanti quanto il resto del racconto.

Norio Nagayama

18 Ott

Se volete sentirvi profondamente europei, italiani, difensori dei diritti dell’individuo e, in generale, umanisti, potreste discutere della pena di morte con un giapponese. Qui la decisione di uccidere un colpevole non solo esiste nell’ordinamento giudiziario, ma è presa ed eseguita in modo molto frequente.

Recentemente mi hanno consigliato un documentario, trasmesso dalla NHK, che ripercorre la vita di Norio Nagayama, un pluriomicida.
La sua esistenza è una storia di abbandono, violenza, assenza totale di qualsiasi affetto: nasce in una famiglia poverissima il cui padre si dilegua ben presto per rovinarsi al gioco, da piccolo viene picchiato brutalmente dai fratelli maggiori e la madre lo odia e lo malmena perché gli ricorda il marito. Poi, un inverno particolarmente rigido, la madre abbandona i bambini al loro destino e al freddo dell’Hokkaido e se ne va di casa. Norio subisce ogni sorta di angheria e l’unica sorella con cui aveva un rapporto umano finisce all’ospedale psichiatrico, lui viene quindi utilizzato come sacco da boxe dai fratelli e comincia a sviluppare istinti suicidi. Quando racconta la sua vita le parole ricorrenti sono “ero solo al mondo” e “mi sono sempre chiesto: per quale motivo sono nato?”, ha paura degli altri esseri umani, la grammatica della sua esistenza non conosce l’amore o il rispetto. Si trasferisce a Tokyo negli anni ’60 e cerca di lavorare, rendersi indipendente, ma la sua indole non gli permette di normalizzarsi, dorme per strada, tenta più volte il suicidio, poi, a 19 anni, un giorno si procura una pistola e uccide 4 persone in pochi giorni. Vive il proprio arresto come una liberazione.

Uno psichiatra si interessa al caso e comincia a registrare i colloqui che ha con lui, raccoglie 100 ore di racconto in prima persona da cui appare chiaro lo squilibrio psicologico e l’accumulo di violenza che come un magma ha finito per esplodere. Questo psichiatra lavora alacremente ad una perizia molto dettagliata che però in sede di giudizio non viene acquisita e Norio nel 1987 viene condannato a morte dalla cassazione. Durante la reclusione il condannato studia, si appassiona alla lettura e scrive 7 libri che diventano best seller e i cui diritti devolve alle famiglie delle sue vittime, che non accettano questa compensazione. Perdona la madre e le scrive delle lettere solo in katakana, visto che lei è praticamente analfabeta.

Nel 1997, comunque, arriva il giorno del suo assassinio e lui muore regalando il sollievo ai parenti delle vittime. Nella sua cella trovano il testo della perizia psichiatrica, usurato, sottolineato e ricopertinato con la massima cura.

Qui c’è il documentario, che è in giapponese.

PRIMA PARTE

SECONDA PARTE

Pucciare gli spaghetti

17 Ott

Chi ama la pasta, conosce il cibo giapponese e non si spaventa di fronte al grasso conosce sicuramente i ramen, ciotole di brodo in cui sono immersi i tagliolini. È una pietanza di origine cinese ma che ormai i giapponesi hanno portato a un altro livello di elaborazione (sì, come migliaia di altre cose).

Recentemente, però, più dei ramen si portano gli TSUKEMEN, che sarebbero la stessa cosa, solo che la pasta è servita a parte, fredda, principalmente per evitare che scuocia, e viene tuffata nel brodo caldo prima di essere risucchiata sonoramente. Come tutto quello che esiste, anche gli tsukemen sono stati oggetto di attenzione, libri, classifiche, articoli, numeri speciali di riviste e programmi televisivi. Recentemente c’è anche stato il festival nazionale di questo piatto ad Hamamatsucho, e io ci sono andato. Gli tsukemenari di tutto il Giappone hanno allestito un ristorante in trasferta in questa piazzetta, permettendo di provare più variazioni sul tema pasta, zuppa densa di maiale, guarnizioni aggiuntive, il tutto godendosi lo spettacolo di una girl-band simile alle AKB48, ma che cantava e ballava canzoni dedicate agli spaghetti in brodo.

Fin qui un evento normale, che non mi scomoderei a riportare su pesceriso. Ma in uno di questi ristoranti si fa una cosa che a dirsi sembrerebbe una bestemmia di fronte al papa, per chi ci crede: zuppa di ossa di maiale all’aragosta. Sì, l’aragosta.

Il brodo densissimo, quasi gelatinoso, tipico degli tsukemen era ulteriormente insaporito da un brodetto di crostaceo. Incurante dei tabù alimentari l’ho assaggiato e devo dire che è possibile. Su una base molto corposa di grasso animale che dava le fondamenta del brodo, ho sentito il profumo delicato dell’aragosta. Secondo me si può migliorare il bilanciamento fra i sapori, ma sono contento che qualcuno abbia osato. Certo, c’è da dire che usando l’aragosta e basta si otterrebbe un brodo più buono, e questo rende tutto lo sforzo un po’ insensato, ma insomma a me è piaciuto sapere che si può.

Il ristorante è a Akita

http://takemoto-shoten.com/kodawari/index.html

solo per te il mio documento vola

11 Ott


Visto che le cose belle dell’Italia le conosciamo tutti, scrivo qui un paio di episodi che a me, di ritorno dal Giappone, sono sembrati inconcepibili.

Episodio 1:

fresco fresco, ancora sull’aereo che da Londra mi ha portato a Roma. Dietro di me una coppia benestante e benvestita, sui 60, italiana settentrionale, il marito parla di economia, di situazioni lavorative, di suoi colleghi, conoscenti, e sfoggia una conoscenza pressoché totale. Lancia giudizi esperti su tutto, lasciando intendere di conoscere a fondo le situazioni di cui parla e di sapere perfettamente come dovrebbero essere gestite. Atterriamo, tutti si alzano, il signore dietro di me comincia a innervosirsi in modo francamente esagerato, si chiede a voce alta perché non ci facciano scendere e comincia a sospettare che sia tutta una macchinazione dell’assistente di volo inglese che ci sta davanti e che per qualche motivo ci vorrebbe ancora tutti con sé. I viaggiatori delle file davanti scendono ma noi dobbiamo aspettare qualche frazione di minuto: al signore dietro di me questa cosa non va giù. Alza il volume del suo scontento e parla dello stewart usando epiteti offensivi in italiano, poi finalmente possiamo uscire e quando passiamo davanti al povero ragazzo il nostro eroe si sente in dovere di dirgli qualcosa tipo “uai iu meic pipol ueit for nosing, iu idiot”. Per fortuna il giovane non capisce o fa pietosamente finta. Ovviamente una volta usciti abbiamo dovuto aspettare perché gli autobus dell’aeroporto non erano arrivati o non erano pronti per partire. Quindi, se devo trarre le dovute conseguenze, alla fine il signore saccente era all’oscuro anche degli altri fatti su cui pontificava tanto magniloquentemente. Chi l’avrebbe detto.

Episodio 2:

al comune della mia città ho dovuto sbrigare delle faccende burocratiche né urgenti né troppo complicate, e sono andato a chiedere informazioni all’ufficio competente. In definitiva, come residente all’estero, tutto dovrebbe svolgersi tramite il consolato, poi nel caso di problemi posso contattare l’ufficio tramite mail, mi dice l’impiegata dandomi l’indirizzo.

-poi comunque lei ha qualcuno qui, no? Qualche amico, parente…

-Sì, i miei genitori abitano qui

-AH! Allora va benissimo, può mandare sua mamma-

Sua.

Mamma.

Proprio così mi hanno detto, a un uomo di 34 anni, usando la forma di rispetto alla terza persona singolare insieme a una parola domesticamente intima.

In altri paesi tra cui quello in cui abito una frase del genere sarebbe un’offesa piuttosto pesante, invece al mio sbigottimento l’impiegata è rimasta sbigottita a sua volta, argomentando che di solito è quello che succede, i genitori si occupano di queste pratiche in vece dei figli.

Spero che questo episodio non sia troppo simbolico della condizione in cui si trova la mia generazione in Italia.

Memuar d’italì

6 Ott

Ho passato 3 settimane in Italia. Visitare il proprio paese da non residente è strano, una condizione sospesa e straniante, a volte, specie se abiti all’estremo orientale dell’Asia e non torni da 14 mesi.

Ho trovato un paese un po’ cambiato, visibilmente più innervosito e frustrato, in cui più gente mi si rivolge con il “lei”. Ma questo forse dipende da quanto sono cambiato. Ho trovato un posto che mi è mancato molto e a cui ho promesso di non allontanarmi più per così tanto tempo, che amo per il suo clima che non è mai minaccioso, nemmeno quando si avvicina il temporale, per le case grandi in cui invitare gli amici e cenare insieme, per i suoi vigneti che ho contribuito a prosciugare consumandomi i gomiti sui banconi, per il ritmo delle giornate che sembrano più lunghe ma più intense, per le cose improvvisate all’ultimo momento.