Archivio | febbraio, 2012

Ode alle ciglia finte

27 Feb

Oggi delizio gli amanti del pop giapponese.

Questo brano parla delle ciglia finte, quelle che le ragazze si applicano, quasi obbligatoriamente, qui in Giappone. Questa canzone ne magnifica la bellezza e la capacità di rendere gli occhi vivaci, grandi e attraenti. Il testo non dice molto altro, ma lo ripete allo sfinimento.
Tsukematsukematsukematsuge

TOKYO FRONTLINE 2012

23 Feb

Sono uno a cui l’arte piace. Mi piace la fotografia, i colori, le idee che dopo che le ho viste mi risolvono la giornata. Oggi sono andato alla cerimonia di apertura di questa mostra collettiva di artisti principalmente giapponesi (con qualche cinese) che dovrebbero rappresentare i livello più avanzato di avanguardia artistica nel campo della fotografia e dell’arte visiva in questo paese.
C’è un problema di fronte a cui mi trovo quando vado alle mostre d’arte da qualche tempo: sono spesso deluso. molto spesso. quasi sempre deluso, e mi dispiace. Raramente le opere che vedo mi sbattono addosso energia o qualcosa di simile all’ispirazione. Oggi gli artisti esposti mi sembravano stanchi, bolsi, ripetitivi. Ho parlato con alcuni di loro, anche con quella che forse è la più conosciuta all’estero, Natsumi Hayashi. Sì, l’idea di scattare degli autoritratti in levitazione è carina, ma dopo che l’abbiamo condivisa e ce la siamo mostrata sui social network che cosa rimarrà?
Notare principalmente la favolosa qualità della stampa delle foto ti fa pensare che forse il soggetto contenuto non è così rilevante e che dell’immagine in sé non ti ha colpito quasi niente.
Insomma me ne sono andato abbastanza demoralizzato, nonostante mi abbiano offerto del vino frizzante fatto con il sake. Che poi mi è sembrata una buona metafora di quello che ho visto: roba pretenziosa fatta con un sacco di risorse il cui risultato non è né carne né pesce.

Trombino o tromba piccola

21 Feb

Sabato. Per tutto il giorno soffia sulla città un freddo siberiano, il cielo è pulito, la temperatura è bassissima. Di ritorno da una serata con degli amici scendo alla mia stazione e mi avvio verso casa frettolosamente. Sul ponte che attraversa il fiume Kanda sento degli schiamazzi sguaiati: sono due ragazzi: uno ha in mano una tromba che non riesce a suonare bene. Fuori, con questo gelo, alle 11 di sera. Mi fermo a guardarli e mi chiedono se la so suonare, e io che non sono proprio un esperto ma insomma un poco meglio di loro me la cavo, faccio delle note. Gli insegno la scala di do maggiore, suono un po’ anche se preoccupato dalla presenza di una stazione di polizia subito oltre il ponte. Uno di loro è un artista, il mese prossimo esporrà i suoi lavori in una galleria a Omotesando, e ha appena comprato questa tromba piccola nel quartiere dei negozi di strumenti che c’è tra Ochanomizu e Jimbocho. Incapace di aspettare ha deciso di provarla qui, all’aperto, stasera, senza aver mai preso mezza lezione di musica. Appena questi ragazzi sanno che sono italiano, mi fanno sapere che amano il rock del mio paese. Immagino che amino il prog, genere che gode di un certo favore da queste parti. Invece no. All’unisono mi dicono che il loro gruppo italiano preferito è ipu. Ipu? Sì, ho capito bene, I Pooh! Dopo che qualche passante ci fa presente che siamo strombettando vicino a un ospedale decido di salutarli. Ci scambiamo i numeri di telefono e appena arrivato a casa, mentre sto pensando che è bello incontrare gente per strada, mi arriva un messaggio in cui l’artista mi promette che da oggi in poi si impegnerà, studierà e la prossima volta che ci vedremo sarà in grado di suonare. Per stasera torna a casa ascoltando I pooh sull’ipod.

e centosettantatre

13 Feb

Spesso faccio in una giornata due o più lavori diversi, spesso non hanno niente a che vedere l’uno con l’altro. Mi concentro su cose completamente diverse e anche a distanza di ore mi tornano in mente pensieri fatti prima, li mescolo. Sabato, ad esempio, parlando con degli amici che mi mostravano sul cellulare la foto di un piatto di pasta con un sugo densissimo e scuro, ho commentato dicendo una parola che in giapponese suona kosou. Poi nel pomeriggio stavo facendo una traduzione dal giapponese di una lettera e mi sono trovato di fronte a frasi da sbrogliare e rendere comprensibili e scorrevoli in italiano. In questi casi mi piace guardare la differenza tra le lunghezze degli stessi (quasi) concetti in due lingue così diverse. Ecco, la parola kosou è fatta da due sillabe, pochissimi suoni, ma in italiano forse la tradurrei con una frase tipo “ha tutta l’aria di avere un sapore corposissimo”. Cioè una bella differenza nel dispendio di parole.
Poi il giorno dopo ho fatto una camminata fino a Ginza dove la via Showa era chiusa al traffico, il paradiso dei pedoni, come lo chiamano qui. Ginza non è cambiata quasi per niente da quando ci lavoravo. Stessi negozi, stessa atmosfera, solo un po’ più turisti cinesi.
Tra i vari pensieri che mi hanno visitato, uno è quello che oggi questo pesceriso compie un anno. Molte cose sono cambiate in questi 12 mesi, ma tra quelle importanti tutto è rimasto uguale.

Ridere in giapponese 3: Informazioni sul sushi

7 Feb

Setsubun

3 Feb

     Nel mese delle februe, quello in cui i nostri antenati festeggiavano con i lupercali il passaggio dall’inverno alla primavera; e precisamente il terzo giorno di febbraio, in Giappone si celebra la festa di setsubun. Visto che in tutto il mondo siamo uguali, anche qui si auspica la purificazione e la rinascita della terra dopo il sonno invernale.
Rituali previsti in questo giorno che ho officiato fedelmente:
1. visitare il tempio per assistere al lancio di fagioli di soia e altri dolciumi sulla folla in delirio: fatto
2. preparare e mangiare involtini di alghe (makizushi) ripieni di riso acidulato e altre delizie fra cui tofu e anguilla giapponese: fatto
3. esorcizzare il male prendendosi a fagiolate di soia in faccia dopo aver indossato la maschera da demone: fatto
4. mangiare i suddetti fagioli di soia arrostiti in numero pari ai propri anni di vita: fatto.
Buon setsubun!

Stampe, ironia e tanti, tanti gatti

1 Feb

Sono andato a vedere la mostra di stampe di Kuniyoshi. Non è tra gli Hangaka (incisori) più famosi, ma secondo me dà un’idea dell’aria che tirava alla fine dell’epoca Edo. Oltre all’uso spettacolare dei colori, soprattutto nei kimono sia maschili sia femminili, ci sono delle immagini che non esiterei a definire psichedeliche. Ad esempio quelle con gli spettri, quelle della caccia alla balena o alcuni ritratti.


E poi nelle stampe di Kuniyoshi c’è una montagna di umorismo: ci sono facce fatte da corpi umani, persone a forma di oggetti di uso comune che vanno a vedere i fuochi artificiali, schizzi e stampe che si avvicinano molto a manga modernissimi.
Gatti.
Mentre nelle epoche precedenti gli incisori avevano usato come modelle le prostitute dei quartieri di Yoshiwara, proprio mentre era in attività Kuniyoshi il governo proibì le raffigurazioni di quel mondo che aveva fatto la fortuna degli ukiyo-e. Nessun problema: stesse situazioni, stessi vestiti, stessi personaggi,  solo trasformati in felini. Problema censura risolto.

gjas