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Ozu è vivo, viva Ozu!

1 Dic


Abitare a Tokyo è bello, soprattutto se per la commemorazione dei 110 anni dalla nascita di un regista proiettano in un cinemino una rassegna esauriente dei film. Il posto è una sala (piena) da 100 posti a Jimbocho, il quartiere dei librai, dei lettori irrecuperabili e degli intellettuali disadattati.

Per me Yasujiro Ozu è sempre stata una passione e un rifugio. I suoi film lenti mi consolano sempre, forse proprio per il ritmo che sembra noioso ma è risoluto, definitivo. Le storie sono prese dalla vita degli esseri umani comuni e vederli è come farsi restituire un pezzo di anima che non si sapeva di avere. L’aveva preso lui, Ozu.

Come primo film sono andato a vedere “C’era un padre” (父ありき), unico suo film realizzato durante la guerra. E mentre nell’Asia e nel mondo infuriano morte, distruzione e stupri, Ozu racconta a storia delicata di un vedovo e di suo figlio, di come le loro vite si incontrino e si allontanino molte volte lungo l’esistenza. Niente di speciale, oltre alle vicende degli esseri umani e dei loro sentimenti.

La pellicola è rovinatissima e a tratti l’audio è intellegibile a fatica: in alcune scene si rasenta il film muto, e qui emerge un lato formidabile di Ozu: l’audio quasi non serve. Nato quando il cinema era muto veramente, ha sempre fatto film in cui le inquadrature e le espressioni raccontano più e meglio dei dialoghi, e i movimenti del cuore dei personaggi quasi mai diventano parole. In poche altre culture questa poesia è messa in pratica come in quella giapponese, dove ascoltare e leggere ciò che si guarda è più importante che aprire la bocca. Penso che fino alla fine della rassegna quel cinemino mi vedrà molte altre volte, immerso nel godimento solitario nei pomeriggi di questo meraviglioso inverno tokyese.

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