solo per te il mio documento vola

11 Ott


Visto che le cose belle dell’Italia le conosciamo tutti, scrivo qui un paio di episodi che a me, di ritorno dal Giappone, sono sembrati inconcepibili.

Episodio 1:

fresco fresco, ancora sull’aereo che da Londra mi ha portato a Roma. Dietro di me una coppia benestante e benvestita, sui 60, italiana settentrionale, il marito parla di economia, di situazioni lavorative, di suoi colleghi, conoscenti, e sfoggia una conoscenza pressoché totale. Lancia giudizi esperti su tutto, lasciando intendere di conoscere a fondo le situazioni di cui parla e di sapere perfettamente come dovrebbero essere gestite. Atterriamo, tutti si alzano, il signore dietro di me comincia a innervosirsi in modo francamente esagerato, si chiede a voce alta perché non ci facciano scendere e comincia a sospettare che sia tutta una macchinazione dell’assistente di volo inglese che ci sta davanti e che per qualche motivo ci vorrebbe ancora tutti con sé. I viaggiatori delle file davanti scendono ma noi dobbiamo aspettare qualche frazione di minuto: al signore dietro di me questa cosa non va giù. Alza il volume del suo scontento e parla dello stewart usando epiteti offensivi in italiano, poi finalmente possiamo uscire e quando passiamo davanti al povero ragazzo il nostro eroe si sente in dovere di dirgli qualcosa tipo “uai iu meic pipol ueit for nosing, iu idiot”. Per fortuna il giovane non capisce o fa pietosamente finta. Ovviamente una volta usciti abbiamo dovuto aspettare perché gli autobus dell’aeroporto non erano arrivati o non erano pronti per partire. Quindi, se devo trarre le dovute conseguenze, alla fine il signore saccente era all’oscuro anche degli altri fatti su cui pontificava tanto magniloquentemente. Chi l’avrebbe detto.

Episodio 2:

al comune della mia città ho dovuto sbrigare delle faccende burocratiche né urgenti né troppo complicate, e sono andato a chiedere informazioni all’ufficio competente. In definitiva, come residente all’estero, tutto dovrebbe svolgersi tramite il consolato, poi nel caso di problemi posso contattare l’ufficio tramite mail, mi dice l’impiegata dandomi l’indirizzo.

-poi comunque lei ha qualcuno qui, no? Qualche amico, parente…

-Sì, i miei genitori abitano qui

-AH! Allora va benissimo, può mandare sua mamma-

Sua.

Mamma.

Proprio così mi hanno detto, a un uomo di 34 anni, usando la forma di rispetto alla terza persona singolare insieme a una parola domesticamente intima.

In altri paesi tra cui quello in cui abito una frase del genere sarebbe un’offesa piuttosto pesante, invece al mio sbigottimento l’impiegata è rimasta sbigottita a sua volta, argomentando che di solito è quello che succede, i genitori si occupano di queste pratiche in vece dei figli.

Spero che questo episodio non sia troppo simbolico della condizione in cui si trova la mia generazione in Italia.

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6 Risposte to “solo per te il mio documento vola”

  1. Nicola 11 ottobre 2012 a 12:19 #

    Nulla da dire sul primo episodio, ma per quanto riguarda il secondo, mi sembra che tu abbia assorbito un po’ troppo usi e costumi del Giappone, dubito che l’uso di madre-mamma in italiano abbia la stessa valenza di お母さん- 母 in giapponese. Anche a me è capitato di sentir pronunciare una frase di questo tipo, più che lo sbigottimento è stata la perplessità per la scelta linguistica

  2. Jonathan 12 ottobre 2012 a 05:41 #

    Ciao. Non capisco il tuo sbigottimento, che mi fa piuttosto pensare a qualcosa che non vada nei rapporti con i tuoi genitori (che quindi ti porta a voler sottolineare ad ogni costo la tua indipendenza). Io ho 40 anni, sono sposato, ho un figlio, ed abito in Giappone da più di 10 anni. Se al mio vecchio indirizzo italiano, cioè a casa dei miei, arrivano delle comunicazioni di banche, ufficio imposte, o qualunque altra cosa che richieda un passaggio in comune o in posta, è ovvio che sono i miei genitori ad occuparsene. Cosa dovrei fare, secondo te? Chiamare un amico che non sento da anni e che abita in un paese vicino per chiedergli di passare a casa dei miei per andare alle poste del mio paese a sbrigare una commissione che sarebbe più ovvio svolgesse un membro della mia famiglia? Sono adulto e vaccinato, sposato, con figlio, ma questo non significa che debba indignarmi per queste cose o inventarmi strani artifici per non chiedere un favore a mia madre. No?

  3. Paddosan 12 ottobre 2012 a 13:29 #

    Secondo me l’atteggiamento dell’impiegata è sintomatico della situazione in cui versa l’Italia, non tanto della nostra generazione (ho anch’io 34 anni).

    Anni fa, quando essendo (al tempo) disoccupato mi ero rivolto ad un centro per l’impiego, mi capitò che l’impiegata, nel riempire il modulo con i miei dati, sotto la voce “mezzi di trasporto” scrisse, letteralmente: può usare la macchina di sua mamma nel pomeriggio.

    Ora, niente da dire sul contenuto… non disponevo di un’auto personale e mia madre, che lavorava soltanto al mattino, mi poteva lasciare la sua nel pomeriggio.
    Ma immaginiamo che qualche azienda legga queste schede in cerca di personale, che diamine di immagine può dare una frase del genere di una persona? Francamente lo trovai umiliante e lo trovo umiliante anche ora che ci ripenso, a distanza di anni.
    Per altro, faccio notare che nello spiegarle la situazione avevo detto “mia madre”, non “mia mamma”, dato che come evidenziato dall’autore quest’ultimo è un termine intimo.

    Se si fosse trattato di qualcuno che opera il suo lavoro in maniera professionale, avrebbe magari scritto qualcosa del tipo “parzialmente automunito, nelle sole ore pomeridiane” o “dispone di autovettura nel pomeriggio”… ma perché citare un’informazione personale e che fa sembrare la persona come un bamboccione (per citare Padoa-Schioppa) che non è in grado di badare a se stesso?
    All’epoca mi fece pensare allo sparare sulla croce rossa, francamente. Già ero disoccupato, poi se dovevo anche subire simili umiliazioni nel cercare lavoro… non mi stupisco più quando sento che molti giovani, ormai, nemmeno cercano.

    Non è questione di generazioni, è questione di mentalità italiana.
    Se io parlo con una persona che non conosco è maleducazione richiamare i suoi genitori, specialmente con un termine intimo, perché prima di tutto sottintende che la persona non sia in grado di occuparsi di se stessa e in secondo luogo evoca un’intimità che non esiste.

  4. soleil / mammaoggilavora 12 ottobre 2012 a 15:20 #

    terribilmente vero. Mi son trovata in situazioni simili, sia per la prima vicenda che, ahimè, per la seconda.

  5. Vera 14 ottobre 2012 a 21:29 #

    sì, lo è.

  6. Totentanz 17 ottobre 2012 a 08:48 #

    Ciao, seguo il tuo blog da molto tempo ma è la prima volta che commento.
    Se avesse detto “mammina” avrei capito il senso del tuo sbigottimento. In realtà mi sembrerebbe solo un problema linguistico, non culturale, e, pur non essendo conoscitore di cose giapponesi, sospetto che abbia ragione Nicola (primo coimmento) quando dice che che forse hai assorbito un po’ il senso giapponese parecchio intimo del termine “mamma”. Anzi, al contrario direi che sei stato graziato dall’uso del pronome formale, visto che sempre meno gente lo usa.
    Rimanendo invece in ambito culturale, nella società italiana la famiglia è più coesa, e all’interno di essa si svolgono alcuni ruoli che altrove sono assunti dallo stato. È un dato di fatto ed è un sistema coi suoi limiti e svantaggi, ma non lo definirei il male assoluto. Vivo in Germania dove posso constatare che il sistema opposto ha limiti e svantaggi di pari gravità, se non peggiori.
    Ovviamente anche io, per questioni pratiche o burocratiche da svolgersi necessariamente nella mia città natale, ricorro all’aiuto dei miei.

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