Seediq Bale, i guerrieri dell’arcobaleno

16 Mag

È un film taiwanese lunghissimo, due parti per una durata complessiva di 276 minuti. È un kolossal -usiamolo questo termine- e presenta alcuni fatti storici avvenuti negli anni ’30, durante la dominazione giapponese dell’isola di Formosa. Prima che ci arrivassero i cinesi, Taiwan era abitata da popolazioni di ceppo Austronesiano, abitanti dei boschi, cacciatori di animali e di teste dei clan rivali. L’impero del sol levante, appena ha potuto, si è preso l’incarico di civilizzare questi barbari e nel processo ha dovuto affrontare l’opposizione violenta di alcune sacche di ribelli. Uno di questi scontri, l’”incidente” di Wushe, è lo scenario in cui si intrecciano le trame del film.

PARENTESI LINGUISTICA:
Il fatto che una ribellione venga chiamata “incidente” è una ingiustizia tremenda perché strisciante. Svela l’intenzione di presentare l’annientamento di un popolo come un processo inevitabile e progressivo, mentre è di fatto uno stupro perpetrato verso la cultura, le risorse e la dignità di un gruppo di persone.

Il film è violento, perché presenta dei fatti reali che sono stati violenti. La ricostruzione è fedele, c’è la possibilità di ascoltare la lingua degli aborigeni che, filologicamente corretta o meno, suona accattivante. L’attore principale non è un professionista, come molti degli interpreti secondari, ma tutti rientrano nella credibilità. Ci sono, secondo me, delle sbavature, delle cadute di stile registiche, ma nel complesso il film si segue bene, a parte alcune fasi della seconda parte che sono lente e stiracchiate.
È un film di quelli eroici, che tocca temi come il dominio, il colonialismo, l’assimilazione dei vinti, la resistenza e l’orgoglio, ma riesce a evitare di cadere nella retorica da quattro soldi.
Sarei molto contento che fosse distribuito e guardato in Giappone, ma ho l’impressione che questo non avverrà. Mi sembra già di sentire gli estremisti di destra frignare sostenendo che è l’opera di stranieri con l’obiettivo di far passare il Giappone per il cattivo dell’Asia. Per noi che siamo oltre queste beghe, è un film da vedere.

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3 Risposte to “Seediq Bale, i guerrieri dell’arcobaleno”

  1. Valeria Maselli 16 maggio 2012 a 15:43 #

    Il Giappone è il cattivo dell’Asia…almeno in quel periodo

  2. Jonathan 16 maggio 2012 a 15:47 #

    Ciao, non per essere pedante, ma è un errore commesso spesso:
    in questo caso usare la parola “incidente” non è corretto in italiano. In inglese “incident” o in giapponese “事件” non hanno il significato di incidente, ma di “fatto”, evento violento, caso, eccetera. Il dizionario inglese per “incident” riporta tra i significati quello di “a hostile clash between forces of rival countries” o “a violent event, such a fracas or assault” eccetera. In giapponese infatti si parla sempre di “殺人事件” (satsujin jiken) ma nessuno traduce 事件 (jiken) con “incidente” perché il senso complessivo è quello di “omicidio”. È un po’ come dire “un fatto di sangue”, per esempio, dove “事件” è il “fatto” (certi dizionari riportano anche “crime” tra i significati di 事件) e non ha le connotazioni di fortuito e accidentale che ha la parola “incidente” da noi.

    • f. 16 maggio 2012 a 16:17 #

      Grazie per la precisazione, ma sono solo parzialmente d’accordo con te.
      È vero che il termine “incidente” in italiano non coincide col termine inglese o con quello giapponese, ma si allude comunque in tutte e tre le lingue a un fatto marginale e, nella percezione, imprevisto.
      Volevo solo dire che la terminologia inglese e giapponese mira a ridurre l’importanza e la dignità della rivolta, usando anche la lingua per umiliare i vinti.

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