Un lunedì

14 Mar

I treni funzionano a singhiozzo, arrivano quando capita, i pannelli non indicano gli orari e anche i capistazione non sanno dare informazioni precise. Tokyo senza la puntualità dei treni è come un orologio che procede a scatti.
Poi il treno arriva, e contiene un’atmosfera indulgente in cui chi ne ha bisogno chiama al telefono (cosa sconvenientissima in tempi normali), ognuno cerca di prendere il ritmo normale di lavoro, da lunedì mattina. Sì perché oggi in molti sono tornati in ufficio, per forzare la realtà, come per portare indietro il tempo a prima di venerdì scorso.
E nel frattempo è esplosa la parte esterna di un altro reattore. Ma io stavo smaltendo le tossine dei telegiornali aiutando un mio amico fotografo che doveva fare un servizio sui campi da golf. In questo modo non abbiamo nemmeno sentito le sfiancanti scossette che continuano, impietose.
Questo lavoro che mi sono imposto per sfuggire dall’autoreclusione mi ha tenuto occupato fino a tarda sera, quando sono tornato a casa da Ebisu a Ochanomizu.

La città è muta
di luci e di persone. Si può misurare il livello della paura dal fatto che un popolo così festaiolo e gioviale come la popolazione di Tokyo se ne stia tutta rinchiusa in casa. In giro non c’è nessuno.
La stazione di Shinjuku:
è lo snodo ferroviario per eccellenza, un formicaio perenne. Adesso sembra che rimbombi, da quanto è vuota. Metà dei binari sono inutilizzati, scuri. E mi rendo conto di una cosa che non avrei mai, mai notato se non in questa situazione: la stazione non ha panchine. Nemmeno una, dimenticata da qualche parte. Sarebbero del resto inutili, ruberebbero spazio vitale e in ogni caso il tempo di attesa per i treni è sempre irrisorio. Invece io in questo lunedì sera di treni razionati devo aspettare 25 minuti perché il prossimo treno mi riporti a casa.

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2 Risposte to “Un lunedì”

  1. mjkmi 14 marzo 2011 a 17:20 #

    Shinjuku vuota è difficile da immaginare.

  2. m 14 marzo 2011 a 22:12 #

    Ciao Flavio,

    ti scrivo tra le scosse di assestamento, pur avendo pensato di farlo durante i tuoi collegamenti
    alle Invasioni Barbariche.
    Lì il tuo tono narrativo, la reiterata definizione
    di BLOGGER appioppatati dalla Bignardi… il Giappone… hanno permesso alle mie mappe mentali di ricostrurire che ti avevo letto, arrivando a te tramite segnalazioni di eventualità letterarie su Facebook, che mi portavano dalla pagina di Francesca, poetessa-autrice-ex-collega
    a quella del tuo amico easy-nietzscheano, Matteo…
    Insomma, nella mia tremenda abitudine di cesellare l’umanità con il macete, aggravata dagli ultimi dodici mesi, alquanto avversi… avevo applicato alla tua persona il metro della mia censura preventiva, inquadrandoti nella “pseudo-elite-foodie-bloggers”.
    Mi sto perdendo. Volevo fare una premessa… e ora
    mi tocca chiarla… Non ho un “pensiero forte”
    sulla blogosphera e le sue performanti letterature d’avanguardia. Non ho neanche un pensiero, forse,
    a riguardo… perché non ho mai avvertito l’urgenza
    di esternarlo. Credo che i commenti lasciati in rete
    nel corso della mia vita in pixel si contino
    sulle dita… di una persona, risalgano a due tre anni fa
    e si limitino a a chiosare empaticamente chi più o meno ritengo di conoscere davvero… un po’.
    Avevo iniziato anche io un blog, con il solo intento
    di soggettivizzare il mio curriculum e dargli
    una diversa visibilità: quel blog è presto diventato lettera morta perché i miei pensieri mi costavano troppa fatica e, riletti, m’infastidivano.
    Temo la prosopopea della fuffa e le fitte “connessioni” telematiche che si possono generare senza alimentare relazioni.
    Tuttavia… sto lasciando un commento sul tuo blog,
    con il bisogno di una “premessa” per chiarire che cosa mi ha mosso il tuo collegamento in webcam, insieme
    allo stupore terrificato che m’incolla alle immagini
    dal Giappone.

    Da un lato m’infastidiva la parola BLOGGER: ripetuta (dalla Bignardi, sicuramente con tutte le migliori intenzioni) per qualificare una persona
    che è testimone di una catastrofe, pareva volesse associare una visione prospettica “cool” allo sfacelo… e avevo un rigurgito della stampa nazionale
    ingollata dalle prime ore del mattino, di tutta l’ermeneutica sul destinante impero del Sol Levante.
    Poi… mi prendeva quasi un sussulto d’apprensione quando le “luci in studio” spegnevano te per riaccendere le Invasioni, magari sulla Bat-casa milanese
    del rampollo Moratti.
    Mi “rassicuravo” da sola, suggerendomi che la redazione continuava a vegliare sul fioco lucore della tua webcam.
    Mi sono chiesta il perché dell’insolita empatia
    per qualcuno che non m’appartiene e che comunque
    mi si presenta mediaticamente.
    Credo c’entri in parte (minima) la foto, tra le tue,
    di una sfogliatella riccia… in parte (maggiore)
    la suggestione “dark side of the moon” che attribuisci
    a Tokyo in questi giorni e che, invece, a me sembrava emanare da te, forse indipendentemente dal terremoto.
    E’ sicuramente il solito gioco di specchi rotti
    della mia rappresentazione distorta: senza minaccia alcuna di catastrofe, da un po’ (forse un bel po’) vivo
    da “autoreclusa” in città, in attesa di un giro di boa, che dovrebe venirmi da una nuova occupazione… a quanto pare introvabile. Forse perché non so darmela.
    Forse perché non ho talenti. Tu, invece, ti descrivi come uno che vive bene grazie ai suoi (coltivati) talenti. Non saprei dirti se riusciresti a “trasferirli”
    (i talenti) con sicuro successo in Italia.
    Non vedo la logica stretta per cui la paura debba indurre uno che ha scelto di vivere in Giappone
    a espatriare solo perchè c’è un paese d’origine.
    Non so quanti giapponesi (con i mezzi economici
    per farlo) lasceranno temporaneamente il paese
    con la priorità di salvare la pelle (soprattutto
    dal rischio nucleare). So che salteranno i campionati mondiali di pattinaggio artistico previsti per fine mese.
    Non posso immaginare quanto l’angoscia rischi
    di paralizzare la tua vita lì e neppure quanto ti possa trattenere dalla “fuga” il rischio di sciogliere legami
    importanti… che non significa banalmente dire “ciao” alla propria ragazza… perché idealmente potresti trapiantarti in Italia con la tua compagna e portare
    con te un paio di amici… scoprendo di aver adulterato e quindi sciolto certi legami, che possono essere tali
    e forti anche perché contestualizzati.
    Leggendoti mi viene in mente quello che gli psicologi chiamano “bolla prossemica”.
    Non mi è mai passato in mente di rompere le bolle prossemiche altrui analizzando inconsci che privilegiano manifestazioni sublimate (a prima vista).
    Restando attaccata alla superficie delle cose, ti faccio coraggio (se ci riesco) rimandandoti all’intuizione/suggestione “dark side of the moon”:
    sai tu se è solo Tokyo, qui e ora, oppure se
    il terremoto e il rischio nucleare, con il carico d’angoscia che portano, squarciano in te altre tenebre lunari, per cui ti urge, almeno temporaneamente, virare. Vivendo in Giappone da sette anni, non sei
    il velleitario partito con l’illusione temporanea
    che i suoi luoghi siano altrove… perché magari
    ha avuto la rivelazione da un film, da un libro.
    Non devi certo giustificare all’esterno le ragioni
    che ti tengono in un paese.
    Neppure devi tenere insieme le “ragioni” per restare,
    se con lo shock le vedi svanire. Continua a scrivere, però, così da lasciare impressioni altre dal “terrore per la fusione del nocciolo, in principio nelle barre esposte” (???). Resterò una tua lettrice (autocensurata e silenziosa).
    M.

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