undici marzo

11 Mar

A ogni 11 marzo che passa sembra che qualcosa sia cambiato, anche il ricordo di quel pomeriggio, di quella notte, di quei giorni allucinanti, irreali di 3 anni fa. Forse molte cose si dimenticano, il pericolo di vivere in un arcipelago così sismico, il pericolo delle centrali nucleari, il pericolo che una libreria ti rovini addosso, la possibilità di rimanere senza viveri, alla mercé della natura o essere improvvisamente ingoiato dal mare mentre te ne stai ben piantato nella terra, come è successo a decine di migliaia di persone. In questo periodo ormai le cose tipiche includono anche il ricordo del disastro: gli studenti che festeggiano la laurea, le ragazze con kimono e hakama, le giornate luminose e gelide, l’inverno che reclama le ultime giornate prima della primavera, l’attesa dei petali di sakura, la dichiarazione dei redditi, l’inizio dell’anno scolastico e lavorativo. E il ricordo del terremoto rombante, dello tsunami, delle radiazioni. È impossibile ricordare tutto, ma è anche impossibile dimenticare. E il mio amico che lavora alla TEPCO, che è stato mandato a Fukushima il giorno stesso del disastro, è ancora a Fukushima a riparare i danni.

Hanayashiki, cuore di Asakusa

16 Gen

 Se visitate Tokyo, sicuro andrete ad Asakusa. Girerete un po’, guarderete il tempio e i negozietti, i risciovale e il fiume Sumida. Poi a un certo punto passate per caso vicino a un luna park che da fuori si capisce subito che è vecchio, e ha l’aria di essere di un’altra epoca, un residuato. A me ha fatto sentire un sapore felliniano. Si chiama Hanayashiki ed è una istituzione del quartiere, anzi, di Tokyo. Se avete tempo entrate: in un attimo vi ritrovate in un altro mondo. Pare un po’ di essere in una sagra paesana, lo spazio è densissimo, le attrazioni sembrano un gestite da imbonitori di piazza, innocenti, naif. Il parco è nato come giardino pubblico, e nel corso dei decenni è stato uno zoo, un giardino botanico, uno spazio per i baracconi, per le attrazioni, e infine un parco divertimenti. Le montagne russe hanno appena compiuto 60 anni e per l’occasione sono state dipinte di rosso, colore che si fa indossare ai sessantenni in Giappone. Salirci è come fare un giro su un cinquantino, stessa velocità, solo che non serve il casco. Sembrano il bruco mela, sono piccole. Tutto è piccolo allo Hanayashiki. Il parco ha 160 anni di vita, e i nonni che ci venivano con i loro nonni adesso ci portano i nipoti. Visto che siamo ad Asakusa, il quartiere dello spettacolo dell’era Showa, in un angolo sotto le casette volanti hanno ricavato un palco e alla domenica fanno spettacoli di rivista con ragazze che ballano, suonano con lo shamisen canzoni nostalgiche, cantano e fanno il tip-tap. Poi c’è uno spettacolo per bambini in cui cinque travestiti/drag queen coloratissimi interagiscono e fanno numeri di danza per poi invitare tutto il pubblico a partecipare a dei giochi che si facevano cento anni fa per strada: la battaglia con le trottole, girare la carta sbattendone un’altra sopra eccetera. Sì, ogni domenica c’è uno spazio in cui sembra di tornare indietro nel tempo, e mamme, papà e bambini passano il pomeriggio sfidandosi a colpi di trottola. Con i travesta (!). Poi ci sono vari angoli scenici, spazi per il picnic, la casa degli spiriti, ristorantini, una ruota panoramica che mi ricorda quelle minuscole delle sagre indiane girate a braccia dal giostraio, una stazione radiofonica, la stanza delle illusioni, i panda meccanici su cui salire se hai meno di 4 anni, delle scatole di sabbia in cui cercare un oggetto con le mani, un minuscolo giardino giapponese con tanto di ponte… Potrei continuare per ore, ma è meglio andarci di persona. È uno dei pochi posti in Giappone e forse nel mondo in cui è meglio andare quando è pieno, perché guardare il popolo che si diverte è parte dello spettacolo. Se vi piacciono le cose di questo tipo, una visita allo Hanayashiki potrebbe essere quasi commovente. Personalmente mi ha fatto pensare a tante cose che ho vissuto in epoche remote, e ritrovarle così lontano da casa e tutto l’anno invece che solo a Santa Caterina è stato formidabile.

Anno vecchio, casa nuova, anno nuovo

15 Gen

Negli ultimi giorni del 2013 ho cambiato casa, vita e quartiere. Adesso sto in un posto che mi piace molto. È una zona centrale e popolare di Tokyo, e per popolare intendo nell’accezione del popolo. Le case sono vecchie, ammassate e spesso affacciate in stradine in cui non entrano le automobili. Gli ultimi 300 metri di trasloco li ho fatti a braccia. Nella zona ci sono due bagni pubblici e dei negozi di tofu che penso abbiano visto la guerra se non il grande terremoto del Kanto. Appena dopo il trasloco siamo andati a salutare i vicini portando un piccolo regalo,  ovviamente abbiamo trovato quasi solo anziani, spesso affetti da sordità che abbiamo benedetto in vista di feste, musica e altre attività fastidiose per il vicinato. La casa accanto alla nostra ha, davanti, una pompa dell’acqua che, azionata a mano, dà acqua di pozzo. I vicini hanno detto che non è potabile, ma di usarla quando vogliamo ad esempio per annaffiare le piante. Io la userei ogni giorno, anche solo per il piacere di giocarci, spingere su e giù la barra. Molte case sono aperte, senza chiave, e per chiamare i proprietari bisogna entrare dalla porta scorrevole e strillare dall’ingresso, come ho imparato vedendo il ragazzo delle consegne. Insomma è un quartiere che mi ricorda molto un vascio o ancora di più il sestier di Castello (Casteo) a Venezia. È impressionante vedere come la forma della città influenzi la vita di chi ci abita: tutti si salutano, bene o male ci si conosce di vista. C’è anche l’unica linea del tranvai di Tokyo, vicino.
La notte del 31 dicembre ho partecipato alla rituale battitura del mochi (una pasta di riso glutinoso) nello spiazzo del piccolo santuario scinto proprio dietro casa nostra. Ovviamente sono stato messo subito in mezzo e i primi colpi nel mortaio sono stati i miei. Mentre sollevavo il martellone di legno, ho sentito gente mai vista parlare di me. “Sì, è un italiano, viene da Yushima e gli piace portare i palanchini, magari parteciperà al nostro matsuri in primavera”. La circolazione delle notizie ha molti mbps, a shitamachi. Buon anno del cavallo galoppante!

Domenica sera

19 Dic


Una cosa che cerco di non perdermi mai è la domenica sera di Tokyo. In una città dove il panorama è costituito da persone, il loro stato d’animo definisce l’atmosfera di ogni momento. Alla domenica sera c’è silenzio, tutti hanno il cuore oltre il fine-settimana, anche se al corpo manca ancora qualche ora per tramortirlo. Anche chi esce a cena o a bere ha un’aria un po’ dimessa, anzi forse solo trattenuta. Se posso, cerco di non perdermi mai la domenica sera di Tokyo, specie in autunno o in inverno. Quando con il freddo si ricomincia a ristorarsi e consolarsi con il bagno caldo prima di dormire, sudare, sostituire i liquidi del corpo. E alla fine rabboccarli con una birra deliziosa.

Mi è venuta in mente una cosa orribile che ho scritto in giapponese ormai sei anni fa. Ve la regalo, o lettori di pesceriso, fatene buon uso.

六月の夜の東京

目黒から根津、暖かい夜

駅の中で初夏の空気

電車

周りの人

野球の話したり、雑誌読んだり、友達と話したり

心はまだ週末にあるけど、体はもう仕事場へ向かっている。

近所、駅。

半分しか咲いてない紫陽花、緑

蚊取り線香の臭い 懐かしい夏のにおい。

今日僕も蚊取り線香買ってよかった。

Ozu è vivo, viva Ozu!

1 Dic


Abitare a Tokyo è bello, soprattutto se per la commemorazione dei 110 anni dalla nascita di un regista proiettano in un cinemino una rassegna esauriente dei film. Il posto è una sala (piena) da 100 posti a Jimbocho, il quartiere dei librai, dei lettori irrecuperabili e degli intellettuali disadattati.

Per me Yasujiro Ozu è sempre stata una passione e un rifugio. I suoi film lenti mi consolano sempre, forse proprio per il ritmo che sembra noioso ma è risoluto, definitivo. Le storie sono prese dalla vita degli esseri umani comuni e vederli è come farsi restituire un pezzo di anima che non si sapeva di avere. L’aveva preso lui, Ozu.

Come primo film sono andato a vedere “C’era un padre” (父ありき), unico suo film realizzato durante la guerra. E mentre nell’Asia e nel mondo infuriano morte, distruzione e stupri, Ozu racconta a storia delicata di un vedovo e di suo figlio, di come le loro vite si incontrino e si allontanino molte volte lungo l’esistenza. Niente di speciale, oltre alle vicende degli esseri umani e dei loro sentimenti.

La pellicola è rovinatissima e a tratti l’audio è intellegibile a fatica: in alcune scene si rasenta il film muto, e qui emerge un lato formidabile di Ozu: l’audio quasi non serve. Nato quando il cinema era muto veramente, ha sempre fatto film in cui le inquadrature e le espressioni raccontano più e meglio dei dialoghi, e i movimenti del cuore dei personaggi quasi mai diventano parole. In poche altre culture questa poesia è messa in pratica come in quella giapponese, dove ascoltare e leggere ciò che si guarda è più importante che aprire la bocca. Penso che fino alla fine della rassegna quel cinemino mi vedrà molte altre volte, immerso nel godimento solitario nei pomeriggi di questo meraviglioso inverno tokyese.

La piccola guida alpina di pesceriso: il Kurofu Yama

31 Ott

La giornata più lunga. Io e un mio amico partiamo da Tokyo alle 3 e mezza di mattina di un mercoledì. Direzione nord-ovest, verso il blocco del Kurofu Yama. C’è un trucco per scegliere le montagne da scalare in Giappone: provare a chiedere alla gente se le conosce. In caso affermativo tocca rassegnarsi a camminare mettendosi in fila come se si fosse alla cassa del supermercato (questo succede ad esempio sul mitico monte Fuji), se invece il posto è sconosciuto a tutti, benissimo: si può partire.

Il percorso che facciamo non è lungo o particolarmente duro, ma la vista è meravigliosa e in continuo mutamento. Arriviamo al parcheggio all’alba e lasciamo la Panda 4X4 che ci ha portato per 3 ore da Tokyo sull’autostrada deserta. Perché questo mio amico giapponese ha una Fiat panda 4X4? Non lo so, forse non ci sta del tutto con la testa. Si parte e si arriva sulla cima del monte Kurofu che la nebbia mattutina si è completamente diradata. Vediamo di fronte a noi uno spettacolo maestoso: il vulcano Asama. Poi passiamo per altre cime tutte attorno ai 2400 metri, come quella chiamata ossa di serpente da cui si vede tutta la vallata. Scendiamo poi all’interno della valle passando davanti a una parete su cui verrebbe benissimo una bella ferrata. Pare che in Giappone non sia così diffusa, anche il nome è mutuato direttamente dall’Italiano: via ferrata.

La presenza del vulcano è affascinante e un po’ spaventosa per uno abituato alle alpi italiane. Uno sbuffo di fumo bianco, denso, esce a ciclo continuo dalla sommità, sulle pareti inclinate dolcemente non cresce la vegetazione e lui, il vulcano, mostra la sua terra cruda, marrone-rossiccia. Si percepisce un senso di morte incombente, controbilanciato dall’altro lato della valle, dove le rocce scure si alternano con fiancate coperte di boschi di conifere poeticamente addolciti dai colori autunnali. È una valle in cui la vita e la sua negazione si guardano in faccia. E starci in mezzo è bello in un modo strano, che incute rispetto. Ho avuto l’impressione che le montagne da noi in Italia siano un luogo destinato alla vita degli uomini, di chi le sceglie come casa, invece qui chi ci abita sono gli spiriti dei sennin, degli oni, dei tengu e delle altre creature mitologiche. Non ci sono paesini di montagna, non ci sono malghe, vacche o rifugi, e in alcune zone si sente l’odore sulfureo del sottosuolo, le rocce che affiorano sono di un giallo irreale, e l’erba non si azzarda a crescere. C’è solo la natura incontrollabile, e i cartelli fanno presente che il vulcano potrebbe eruttare in qualsiasi momento.

Dopo aver riscavallato la valle in un altro punto, non resta che finire la gita con una immersione nelle terme naturali, medicina per il corpo, per la pelle e per il cuore. Adesso sono pronto a tornare a Tokyo, il posto più affollato che abbiate mai visto.

Questo il percorso

Rieccoci

16 Ott

Vòlvere

Non è facilissimo tornare nella mia città adottiva dopo essere stato quasi due mesi nella mia città di nascita. Specialmente se ricomincia l’autunno, se la luce è assorbita dal cielo e non ne arriva quasi per niente sulla terra. Ci si mette del tempo a riabituarsi, pedalando tra le zaffate di salsa di soja zuccherata che esce dalle migliaia di cucine, tra i taxi e i milioni di semafori, rossi. Non è agevole ritornare a una densità umana che si allontana molto dall’ideale distanza tra esseri viventi non insetti, alla comodità di negozi aperti tutto il giorno, tutta la notte, ma in cui niente è veramente buono. Eppure sono qui, siamo qui, a ricominciare e ad creare delle cose nuove.

il cielo sopra Narita al mio arrivo

È strano sentirsi diverso e straniero, anche nelle situazioni più inaspettate:

torno a casa in vespa dal lavoro e a un semaforo un posto di blocco mi adocchia e mi ferma. I tre poliziotti mi accerchiano, il più veterano:

  • sei straniero?

– sì, credo…

  • ci fai vedere la patente? E poi, anche se credo che vada tutto bene, ti faremo un test all’alito per capire se hai bevuto
  • sì. anche se sto tornando dal lavoro, non è che… insomma non faccio il sommelier.
  • ah. Bella, la vespa. È antica?
  • sssssì, abbastanza.

altra guardia, più giovane:

  • ma che marca è ‘sto motorino?

Io

  • Eh, Piaggio, è una casa italiana, fa la Vespa

il veterano:

  • ma come! la vespa! non la conosci? dài, la vespa! (e poi rivolto a me) Ah, vedo che qui l’adesivo dell’assicurazione è scaduto. Ma tu hai sicuramente solo dimenticato di attaccare quello nuovo, vero? capita spesso, è solo una dimenticanza, dico bene?
  • Ssssssssì…. (mentendo) infatti, ce l’ho a casa
  • Bene. Allora tutto apposto, puoi andare
  • Ma come, e il controllo dell’alcol?
  • Noooo, dai, sei pulito, si vede. Anzi, fai aaaaaah (avvicina il naso al mio cavo orale)
  • a
  • Sì, sì, vai, ciao, grande, buona serata, guida piano.

 

Ecco. Un bentornato a Tokyo dalle guardie

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